Petrolio e gas: promesse verdi, realtà fossile

Petrolio e gas: promesse verdi, realtà fossile

L’industria petrolifera e del gas si trova in una situazione paradossale: da un lato, la comunicazione dei dirigenti sulla transizione energetica, dall’altro, la prosecuzione di una crescita degli investimenti nelle energie fossili, una quota irrisoria destinata alle energie rinnovabili, obiettivi climatici regolarmente svalutati. Questo paradosso invita a interrogarsi sulla sincerità delle major petrolifere di fronte all’urgenza climatica.
dodici aziende dominano il 28% della produzione mondiale
Dodici aziende petrolifere e del gas si prendono la parte del leone, controllando quasi il 28% della produzione mondiale di idrocarburi; tutti questi colossi sono istituzionalmente, per la maggior parte, società europee e americane, che partecipano anche molto attivamente ai progetti di espansione futuri. Questa concentrazione è fonte di responsabilità.
Gli esperti concordano sul fatto che per limitare il riscaldamento climatico a 1,5°C, non bisogna avviare nuovi progetti di estrazione di combustibili fossili. Eppure, queste aziende si sono lanciate in impegni e investimenti in corso per nuove infrastrutture petrolifere e del gas. L’incoerenza è manifesta, visti i discorsi tenuti dai dirigenti e le strategie messe in atto.
Sotto la pressione dei regolatori, degli investitori e dell’opinione pubblica, sembrano intrappolate in un modello economico che non riescono a cambiare. Le dichiarazioni ufficiali prendono il sopravvento, ma i fatti sono ancora, per il momento, assenti dalla vista degli analisti. Tale status quo lascia perplessi mentre ogni anno conta per combattere il disordine climatico, e la responsabilità di questi attori nella crisi attuale è sempre più evidente.
carta OGDC: un’iniziativa per valutare i progressi compiuti
La Carta per la Decarbonizzazione dell’Industria petrolifera e del gas (OGDC) è stata presentata durante la COP28. Si tratta di un’iniziativa che intende riunire le parti interessate del settore attorno a obiettivi climatici condivisi. L’OGDC si inserisce anche nel dispositivo Global Decarbonization Accelerator, un insieme di misure che permettono un passaggio accelerato alla transizione energetica mondiale.
L’obiettivo dichiarato è impegnativo: ridurre le emissioni di gas serra, persino orientare l’industria verso la neutralità carbonica. La carta stabilisce obiettivi climatici per i firmatari e prevede un programma di condivisione delle conoscenze. Essa punta particolarmente i paesi produttori nelle economie emergenti, ricordando che la transizione deve essere integrale.
Il primo rapporto OGDC traccia un quadro della situazione, fissa le priorità d’azione e mette in atto i meccanismi di misurazione dei progressi. La sua trasparenza potrebbe permettere di fare la differenza tra le aziende sinceramente impegnate e le altre, un po’ troppo impegnate sulla carta. Resta da vedere se questa iniziativa darà effettivamente risultati, o se si unirà al club delle promesse mai mantenute del settore.
un divario preoccupante tra promesse e azioni concrete
Le indagini sulle strategie delle grandi compagnie petrolifere rivelano un divario preoccupante. Un certo numero di esse ha appena cancellato le proprie ambizioni climatiche precedentemente espresse e prevede addirittura di aumentare la propria produzione di idrocarburi entro il 2030. Questa marcia indietro mette in discussione la credibilità di un intero settore.
Controcorrente rispetto alle raccomandazioni scientifiche e agli obiettivi dell’Accordo di Parigi, la maggior parte delle aziende mantiene o addirittura rafforza i propri progetti di estrazione. Gli investimenti nelle energie rinnovabili restano irrisori rispetto ai fondi assegnati ai nuovi progetti fossili. Le emissioni di gas serra continuano ad aumentare là dove dovrebbero diminuire.
Lo sviluppo del gas naturale liquefatto è emblematico di questa contraddizione. Promosso come un’energia di transizione meno inquinante, è soprattutto oggetto di investimenti molto importanti. Ma resta un combustibile fossile, con emissioni massive di metano e CO2. Inoltre, queste aziende preferiscono versare dividendi esorbitanti agli azionisti piuttosto che procedere a scelte di investimenti sostenibili, mostrando una logica finanziaria a breve termine lontanissima dalle urgenze climatiche.

la diversificazione: più comunicazione che realtà

Numerose aziende petrolifere comunicano a caro prezzo sulla loro diversificazione verso le energie rinnovabili. Pannelli solari, turbine eoliche, idrogeno verde, biocarburanti: gli annunci danno l’impressione di un settore che si sta trasformando. Ma l’analisi dettagliata mostra un’altra realtà.I progetti legati alle energie pulite non rappresentano spesso nemmeno il 5% degli investimenti complessivi.

È marginale rispetto alla somma dei budget destinati ai settori dell’estrazione e della raffinazione tradizionali. I numeri smentiscono i discorsi ottimisti sulla trasformazione in corso.Altri progetti, che si presentano come virtuosi, suscitano interrogativi. I biocarburanti, per esempio, entrano in concorrenza con le colture alimentari e contribuiscono alla deforestazione. Le tecnologie di cattura del carbonio restano ancora sperimentali; esse giustificano soprattutto la continuità dell’estrazione di idrocarburi fossili.

Nessuna azienda rispetta ancora lo scenario Net Zero Emissions by 2050 che è tuttavia una condizione necessaria per limitare il riscaldamento a 1,5°C. Questa diversificazione ingannevole serve da maschera alla continuità di un modello economico che perdura permettendo alle aziende di praticare il greenwashing.
le sfide di una trasformazione necessaria ma soprattutto ritardata
La trasformazione dell’industria petrolifera si inscrive in un contesto complesso. La domanda energetica mondiale, in particolare nei paesi emergenti, continua ad aumentare, continuando a pesare sulla produzione di idrocarburi. Le infrastrutture esistenti sono il frutto di investimenti considerevoli e il loro abbandono rapido comporterebbe conseguenze economiche notevoli.
L’esperienza capitalizzata da queste aziende si è costruita per più di una generazione, ed è specifica all’attività degli idrocarburi. La transizione verso altre attività necessita tempo di formazione, investimenti in ricerca. Le questioni geopolitiche trasformano questa realtà: gli Stati produttori per i quali le entrate petrolifere sono indissociabili dalla loro indipendenza economica resistono dimostrando una preferenza per una trasformazione non precipitosa.
Di fronte a queste difficoltà sono ipotizzabili diverse leve di accelerazione. Le regolamentazioni governative possono fissare tetti di produzione e calendari di uscita dalle energie fossili. Gli investitori possono condizionare i loro finanziamenti a criteri ambientali. La trasparenza, il rafforzamento dei meccanismi di controllo, come quella prevista dall’OGDC, può servire a distinguere le aziende impegnate sulla via di una transizione dalle aziende che occupano una nicchia di greenwashing.

L’industria si trova di fronte a un appuntamento decisivo. Nonostante la loro comunicazione, i dodici colossi che controllano il 28% della produzione mondiale proseguono la loro espansione fossile. La promessa, tuttavia affermata, non resta solo un discorso. È l’ampiezza del divario che è da temere. In realtà, la questione non è più se le aziende debbano trasformarsi, ma quando.

Mariano

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